Approfondimento
A Brisighella diciannove vignaioli hanno scelto poche regole comuni per rendere leggibili le differenze. La più importante è quella che hanno avuto il coraggio di riscrivere.
Il 29 agosto 2026, al Convento Emiliani di Fognano, l’associazione Brisighella Anima dei Tre Colli ha presentato la nuova annata di Brix. Federica Randazzo ha condotto la degustazione: sei vini del 2024, quattro dei quali serviti nel primo gruppo, e due piccole verticali. Il titolo dell’incontro, Pietra e argilla, l’impronta della denominazione, prometteva un confronto fra luoghi. La notizia decisiva era però arrivata alla vigilia e riguardava un gesto di cantina.
Il protocollo originario ammetteva fino a ventiquattro ore di contatto con le bucce. Per la vendemmia 2026 quel passaggio è stato escluso. L’Albana ha materia, tannino e una buccia ricca di polifenoli; una macerazione breve poteva sembrare il modo più immediato per dichiararne il carattere. Gli assaggi comuni hanno mostrato anche il rovescio di quella scelta: il rischio di aumentare l’ossidazione e di avvicinare vini diversi sotto il segno riconoscibile di una tecnica di cantina che inevitabilmente avrebbe attenuato le differenze legate al terroir. I produttori hanno corretto la regola.
In quella cancellatura c’è la parte più convincente del progetto. Diciannove aziende non si sono riunite soltanto per promuovere un marchio. Hanno costruito uno spazio nel quale il vino può contraddire le intenzioni e costringere tutti a tornare sulle proprie decisioni. La credibilità di Brix comincia qui, nella disponibilità a esporre il processo insieme al risultato.

L’associazione Anima dei Tre Colli nasce dall’iniziativa cinque produttori storici dell’areale: Gallegati, Vigne dei Boschi, Vigne di San Lorenzo, Baccagnano e Fondo San Giuseppe. Il progetto Brix prende forma con la vendemmia 2022; l’associazione viene costituita nel 2023 e in pochi anni arriva a diciannove soci. Il suo territorio comprende Brisighella e le porzioni vitate di Faenza e Casola Valsenio comprese nell’areale delimitato dalla sottozona Brisighella.
Brix non è una nuova denominazione né una sottozona autonoma. È un marchio volontario più stretto rispetto al disciplinare della Romagna Albana DOCG. Gli associati definiscono un campo di lavoro, degustano insieme, discutono le bottiglie che si allontanano dall’idea condivisa e organizzano direttamente il racconto di Brisighella.
È auto-promozione nel significato più concreto della parola. Il soggetto che prende la parola coincide con chi coltiva le vigne, affronta le annate e immobilizza il vino in cantina. Prima di rivolgersi al mercato, i soci devono convincersi fra loro della tenuta delle proprie scelte. Si confrontano periodicamente con critici autorevoli, vignaioli di altri areali e giornalisti. Nell’annata 2024 sono stati prodotti undici Brix; sei sono arrivati alla degustazione pubblica perché ritenuti più rappresentativi del percorso. Uno scarto tra intenzione e risultato viene riconosciuto pubblicamente come parte del lavoro.
Brisighella aveva già conosciuto un tentativo simile. Nel 2011, quando il biologico era ancora una scelta minoritaria e poco spendibile sul piano della comunicazione, sei produttori si presentarono insieme con il nome di BioVitiCultori: Paolo Babini di Vigne dei Boschi, Stefano Bariani di Fondo San Giuseppe, Filippo Manetti di Vigne di San Lorenzo, Emilio Placci del Pratello, Andrea Bragagni e Paolo Francesconi. Coltivavano in biologico o biodinamico circa quaranta ettari e producevano complessivamente non più di ottantamila bottiglie. Li univano la dimensione artigianale, l’attenzione alla vita del suolo e la convinzione che un territorio ancora poco valorizzato dovesse imparare a raccontarsi attraverso i suoi vignaioli.
Quell’esperienza si è dispersa e oggi quasi nessuno la ricorda. Ma tre dei cinque fondatori di Anima dei Tre Colli — Babini, Bariani e Manetti — erano già lì. Per loro Brix possiede il valore di una seconda fondazione. Riprende un impulso collettivo rimasto incompiuto e gli assegna un oggetto più preciso: l’Albana, la zonazione, un protocollo condiviso e una prova annuale nel bicchiere. Il ritorno alla terra non nasce dunque come slogan recente. Ha una genealogia locale, persone riconoscibili e quasi vent’anni di tentativi alle spalle.
Anche la scelta del tempo contribuisce a cambiare la posizione del vino. Un Brix può essere commercializzato due anni dopo la vendemmia, con almeno sei mesi di bottiglia e soltanto dopo l’evento nel quale viene presentata l’annata. Un costo che si somma a quello legato a rese contenute, selezione delle uve migliori, affinamento in legno e quantitativi ridotti.

Il progetto avrebbe poco senso se Brisighella fosse soltanto un nome geografico. La sua architrave è una zonazione realizzata fra il 2007 e il 2009 su un’area di circa settemila ettari, un migliaio dei quali vitati. Lo studio ha coinvolto quattordici vigneti di Albana e trentotto di Sangiovese e ha lavorato su ventidue profili di suolo.
La carta adottata dal progetto traduce questa complessità in tre anime associate ai simboli di Brisighella. La Torre dell’Orologio richiama le terre fini della fascia più bassa, le sabbie gialle e le argille rosse o grigio-azzurre. La Rocca Manfrediana corrisponde all’unicità della Vena del Gesso. Il Santuario del Monticino conduce verso le quote più alte, i boschi, le marne e le arenarie. È una rappresentazione efficace, purché non venga scambiata per una divisione naturale in tre recinti omogenei.
La carta geologica racconta l’origine e la composizione del sottosuolo. Per comprendere il rapporto con la vite servono anche la carta pedologica, le unità tipologiche di suolo, l’esposizione, l’altitudine, la profondità esplorabile dalle radici e l’acqua disponibile. A questi dati si aggiungono l’età della vigna, il materiale vegetale, la gestione agronomica, la data di raccolta e le scelte di cantina. Dedurre il sapore di un vino dal colore di una roccia trasformerebbe la geologia in un oroscopo.
La zonazione offre indicazioni verificabili e orientamenti sul potenziale espressivo dell’albana. Nel sito più elevato fra quelli studiati, a 427 metri, su gessi e matrice argilloso-limosa, le uve risultano in genere meno zuccherine, con pH più basso e acidità superiore alla media. È un dato agronomico, non una nota di degustazione scritta in anticipo. Il suo valore sta nell’orientare domande e confronti: quali pratiche conservano questa differenza? Ricompare attraverso annate diverse? Quanto pesa il luogo e quanto la mano del produttore?
Brix prova a trasformare la zonazione da strumento descrittivo a programma di lavoro. Una mappa delimita le differenze possibili; saranno le vendemmie e i bicchieri a stabilire quali ricorrenze resistono. Il territorio non consegna ai produttori una storia già pronta. Li obbliga ad accumulare osservazioni e a dichiarare le mediazioni che separano la vigna dal vino.
L’Albana è diventata DOC nel 1967 e nel 1987 la prima DOCG italiana riservata a un vino bianco. Quel primato non le ha garantito un’identità stabile. Il disciplinare ammette secco, amabile, dolce, passito e passito riserva. Nella pratica dei produttori sono arrivati anche spumanti, rifermentati, macerazioni e affinamenti in acciaio, cemento, legno o anfora.
La versatilità appartiene alla ricchezza del vitigno: è al tempo stesso una risorsa e un ostacolo alla leggibilità. Per molto tempo l’Albana ha abitato le dispense familiari e i giorni di festa. La buccia spessa, la materia e la trama tannica la rendevano adatta all’appassimento; lo zucchero attenuava l’amaro e permetteva di ottenere vini durevoli. Il contenuto zuccherino favoriva anche le rifermentazioni in bottiglia. Chi ha la mia età ricorda le Albane di venti o trent’anni fa: colori gialli intensi, macerazioni, residui zuccherini, rifermentazioni volontarie oppure accidentali. Erano vini di struttura, corpo e personalità, raramente fondati sulla finezza.
Alcune di quelle forme conservano pienamente il proprio senso. Il passito resta un vino di cultura e, nei casi migliori, di grande bellezza, ma occupa una nicchia che difficilmente può sostenere da sola il racconto contemporaneo del vitigno. Il metodo classico si è aggiunto di recente, con risultati a volte di grande valore. Altre traiettorie appartenevano a economie domestiche e gusti ormai lontani. Pensiamo a quelle albane rifermentate, macerate e dolci in cui si inzuppava la ciambella. Poi, inseguendo il modello del bianco tecnicamente impeccabile, sono comparse Albane diafane e molto chiarificate, più vicine nell’aspetto a certi Pinot bianchi del Nordest che alla materia consegnata dalla tradizione. L’identità si è mossa fra estremi storicamente comprensibili e poco capaci di stabilire un’immagine durevole.
L’esperienza dei Biocoltivatori all’inizio di questo secolo è stato un primo segnale importante di una nuova consapevolezza e di quella che è apparsa come la direzione da seguire. Una ricerca di equlibrio coerente con il gusto contemporaneo, e sempre più difficile da perseguire nel contesto del cambiamento climatico.
Caldo e siccità, infatti, alterano il rapporto fra polpa e buccia, aumentano residuo zuccherino e carico tannico e cresce la predisposizione ossidativa. Cercare deliberatamente altra estrazione può sommare un segno di cantina a quello che la stagione ha già impresso.
Da qui nasce la direzione scelta quest’anno dai produttori per il progetto Brix. Il progetto non pretende di stabilire l’unica forma legittima dell’Albana. Cerca una forma comune abbastanza precisa da rendere i vini confrontabili, lasciando visibili vigna, annata e lavoro umano. Nel mio libro ho riassunto questa possibilità dicendo che, se standardizziamo poche regole semplici di minimalismo enologico, il terroir può parlare. La frase non indica una natura finalmente libera dalla tecnica. Significa che mediazioni limitate, dichiarate e ripetibili rendono più leggibili differenze che un accumulo di gesti più vistosi tende a coprire.
Il protocollo stabilisce una raccolta entro 230 grammi per litro di zuccheri, corrispondenti a un alcol potenziale inferiore ai quattordici gradi. Prevede fermentazione e affinamento in legno per un periodo compreso fra sei e dodici mesi, un residuo zuccherino massimo di tre grammi per litro e l’uscita ritardata di due anni. La bottiglia bordolese verde e alleggerita offre un’immagine comune. Sul sistema di chiusura la discussione rimane aperta: l’esperienza di deviazioni e ossidazioni premature ha spinto alcuni produttori a riconsiderare il sughero monopezzo e a valutare chiusure tecniche più costanti.
Il legno dà tempo e ossigeno a un’uva dotata di materia. Entro il perimetro comune restano molte decisioni ancora non chiuse: gestione del suolo e della chioma, resa, momento della raccolta, dimensione ed età dei contenitori, uso di solfiti aggiunti, lieviti, chiarifiche e filtrazioni. Su alcuni di questi aspetti il protocollo potrà diventare più preciso; oggi l’obiettivo è tenere insieme aziende con storie e culture produttive differenti.
La regola sulle bucce mostra proprio in che modo questa grammatica possa evolvere in una tradizione condivisa. Il contatto fino a ventiquattro ore era stato pensato per dare consistenza e riconoscere la natura fenolica dell’Albana, ma anche preservare pratiche macerative ancora diffuse. La degustazione reiterata ha fatto emergere vini nei quali la macerazione deviava dal lessico cercato, aumentava la presa tannica o rendeva più difficile distinguere il luogo dal gesto. L’associazione ha escluso quel passaggio a partire dalla vendemmia 2026.
Ma la scelta capace di produrre gli effetti più profondi riguarda le decisioni relative ai nuovi impianti. Il protocollo chiede di usare più cloni e di destinare almeno metà delle barbatelle al DGV10, il materiale conosciuto localmente come “Pizzigatti”, recuperato negli anni Novanta in un vecchio vigneto di Brisighella e successivamente risanato. Appartiene ai biotipi verdi dell’Albana: il grappolo resta meno colorato, il carico polifenolico è più contenuto e diminuisce la sensibilità alle ossidazioni. La selezione è anche meno produttiva, ed è proprio questa caratteristica, un tempo penalizzante per la diffusione vivaistica, a renderla coerente con la qualità cercata oggi. In prospettiva il progetto intende affiancarle il vecchio AL19T, legato alla Bagarona e anch’esso considerato interessante per l’eleganza e il minore carico tannico.
Il minimalismo di cantina acquista così un fondamento agronomico. Togliere interventi enologici senza ripensare il vigneto lascerebbe irrisolti i problemi prodotti da materiale vegetale, esposizione, stress idrico e data di vendemmia. Il «fare meno» diventa credibile quando dipende da un «fare meglio» in vigna: scegliere le piante, custodire l’acqua, gestire la chioma, proteggere il suolo, raccogliere nel momento in cui zucchero, acidità e componente fenolica trovano una misura.
Qui l’associazione mostra anche la propria forza politica. Una sola azienda può conservare un biotipo raro. Diciannove produttori possono generare la domanda che convince un vivaio a rimetterlo in circolazione, piantarlo in condizioni differenti, confrontarne il comportamento e trasformarlo in patrimonio territoriale. Gli effetti richiederanno anni e non potranno essere anticipati da una degustazione. Il progetto si assume però la responsabilità di preparare oggi le vigne sulle quali sarà giudicato domani.

La degustazione del 29 agosto ha offerto una prima verifica del lavoro svolto nei primi quattro anni. I vini in degustazione.
Fiorile 2024 nasce a Valpiana, nella parte alta di Brisighella, sulla Marnoso-Arenacea. Fondo San Giuseppe lavora con pressatura soffice, fermentazione in cemento e successivo passaggio in barrique. A 13,5 gradi, il vino unisce sottigliezza e materia. È un vino molto nordico, soprattutto all’apertura: misurato e quasi sussurrato, potrebbe ricordare uno Chablis, con la sua chiusura delicatamente salina. Erbe aromatiche e una vena balsamica precedono il frutto; il legno resta arretrato e la progressione conserva freschezza. È il vino dal portamento più verticale del primo gruppo.
Farfarello 2024 di Poggio della Dogana proviene da sabbie gialle e argille, attorno ai duecento metri. La pressatura soffice è seguita da un passaggio in barrique, per metà nuove, e da alcuni mesi ulteriori di legno. Il frutto appare più esplicito, fra albicocca e pesca, con una sensazione quasi masticabile. La bocca mantiene agilità e il contenitore si integra nella polpa. Il nome ricorda il cavallo del nonno dei fratelli Aldo e Paolo Rametta e insieme il diavolo dantesco: una memoria familiare diventata segno contemporaneo.
Amorosa Brix 2024 di Tenuta Uccellina arriva dalla fascia prossima ai gessi. Fermenta in piccoli legni, passa in acciaio e torna brevemente in legno per tre o quattro mesi. La vendemmia anticipata e i 12,5 gradi disegnano il vino più diretto del gruppo. La freschezza è marcata, la materia già leggibile malgrado il recente imbottigliamento; l’acidità deve ancora integrarsi. L’attesa prevista dal protocollo appare qui come una necessità del vino, prima ancora che come scelta commerciale. È la prima annata Brix dell’azienda.
Il Brix 2024 di Podere La Collina nasce invece fra marne, arenarie e componenti argilloso-calcaree vicine al bosco, attorno ai 130 metri. La trama tannica si avverte appena, come una presa più che come un peso. Nel racconto aziendale il progetto ha avuto anche un effetto interno: credere su un vitigno a bacca bianca quando il progetto originario era totalmente concentrato sul Sangiovese. È la prima annata Brix dell’azienda. Qui siamo all'inizio di un progetto che deve ancora trovare la sua misura. L'uso dei legni avrà bisogno di un po' di rodaggio.
Nel confronto fra i quattro vini emergono portamenti diversi, coerenti con luoghi e scelte produttive altrettanto diversi. Sarebbe prematuro trasformarli in una tipologia della Marnoso-Arenacea, delle sabbie o dei gessi. Si può però osservare che il limite alcolico, la secchezza e l’uso misurato del legno non hanno cancellato le distanze. La grammatica comune permette di vederle con maggiore chiarezza.
Con MonteRe di Vigne dei Boschi si sale fra i trecento e i trecentocinquanta metri, ancora sulla Marnoso-Arenacea di Valpiana. Paolo Babini ha raccontato tre stagioni del proprio rapporto con l’Albana: la pulizia tecnica dei lieviti selezionati nei primi anni; una fase «punk» fatta di bucce, legno marcato e ossidazioni controllate; infine, dagli anni Dieci, la ricerca di pressatura diretta e legno calibrato che avrebbe incontrato Brix.
Il MonteRe 2022 proviene dalla storica Vigna delle Rose, esposta a nord-est e coltivata in biodinamica, ed è passato interamente in legno nuovo. Nel 2023 e nel 2024 la produzione si sposta su una vigna più giovane, esposta a nord, con metà legno nuovo e metà usato. Le tre annate non formano quindi una verticale perfetta dello stesso vigneto, ma raccontano con chiarezza l’evoluzione di una ricerca. Il 2024, a 12,5 gradi, è teso e giovanissimo. Il 2023, a 13 gradi, mostra maggiormente incenso, legno e un tratto ossidativo. Il 2022, appena 12 gradi, ritrova l’energia del 2024 e taglia una bocca generosa, di forte presa sapida. Freschezza ed equilibrio dipendono dall’incrocio fra annata, esposizione, età della vigna e gestione del contenitore.
Corallo Oro di Gallegati sposta il paesaggio sui terreni pliocenici di Monte Coralli: sabbie gialle, argille e componenti calcaree di origine marina, fra duecento e duecentoventi metri. La vigna più vecchia ha circa sessant’anni. Nel 2022 il vino ha fatto sei mesi in barrique nuova e un breve contatto con le bucce; nel 2023 sei mesi in barrique di terzo passaggio; nel 2024 quattro mesi in barrique di primo e quarto passaggio.
La parentela fra le annate è riconoscibile insieme allo spostamento dello stile. Il 2024 mette in primo piano freschezza, pesca e albicocca. Il 2023 chiude su un registro balsamico, quasi di liquirizia. Nel 2022 la vaniglia del legno nuovo è evidente ma il frutto riesce a sostenerla. Riducendo progressivamente il segno della cantina, il vino non perde consistenza; diventa più facile seguire il filo fra le bottiglie.
Le due verticali mostrano anche quanto sia rischioso attribuire ogni differenza al territorio: come spesso accade il segno del tempo è il primo a manifestarsi: maggiore tensione e acidità percepita sulle 2024, più profondità gustativa sulle 2022, minore volume e complessità sulle 2023.
I dieci assaggi non consegnano uno stile Brix. Mostrano una famiglia ancora giovane: alcol contenuto rispetto alle possibilità del vitigno, materia priva di pesantezza, un amaro fine, tessiture talvolta satinate, freschezza e salinità capaci di attraversare il frutto. Il legno funziona meglio quando allunga la bocca e smette di descrivere se stesso. Alcune differenze sembrano ricorrere fra quote e suoli, ma il campione è troppo piccolo e le variabili troppo numerose per trasformarle in legge.
Anima dei Tre Colli ha già dimostrato una cosa: un gruppo di vignaioli può costruire una regola e poi cambiarla quando il vino ne mostra il limite. Non ha ancora dimostrato l’esistenza di una grammatica territoriale stabile dell’Albana di Brisighella. Serviranno altre annate, confronti più ampi e soprattutto il tempo lungo dei nuovi impianti.
La prova futura è stata affidata alle vigne. Sta nel Pizzigatti scelto anche perché produce meno, nell’acqua conservata dai suoli, nelle esposizioni, nel lavoro delle chiome e nella capacità di continuare a discutere davanti ai bicchieri. I produttori hanno preparato le condizioni perché le differenze di Brisighella diventino leggibili. Ora devono lasciarle accumulare, verificarle e, quando occorre, avere ancora il coraggio di cancellare una regola.