Intervista
Viola diVino incontra Roberto Frega, l'intellettuale che sta riscrivendo le regole del vino contemporaneo
Viola diVino: Roberto, partiamo dalla fine: il tuo libro si intitola Il vino post-naturale. È il manifesto di una nuova élite enologica o la cronaca di una rivoluzione già in atto?
Roberto Frega: Direi la seconda. Il post-naturale non è un club esclusivo né un'etichetta da appiccicare sulle bottiglie. È il nome di qualcosa che sta già accadendo, soprattutto in Francia: una generazione di vignaioli che ha superato la contrapposizione sterile tra "naturale" e "convenzionale" e ha spostato l'attenzione su ciò che conta davvero – la vigna come ecosistema vivente. Sono i nuovi custodi del paesaggio, e il loro vino è solo la conseguenza di un gesto agricolo molto più ampio.
VdV: Custodi del paesaggio. Mi piace. Però ammettiamolo: "post-naturale" suona un po' accademico. Come lo spieghi a chi ordina vino al ristorante senza aver letto Hegel?
RF: (ride) È semplice. Il vino naturale ha insegnato a fare meno in cantina: niente chimica, niente manipolazioni. Ed è stata una lezione preziosa. Ma poi si è fermato lì, trasformandosi in stile riconoscibile – torbido, volatile, punk. Il post-naturale va oltre: dice che il vero lavoro si fa in vigna, costruendo suoli vivi, biodiversità, selezioni massali. Il risultato? Vini che hanno la stessa libertà espressiva del naturale, ma più precisione, più eleganza, più profondità. Vini che raccontano un luogo, non solo un'ideologia.
VdV: Quindi è una questione di classe. Perché ammettiamolo: costruire un ecosistema complesso costa tempo, competenze, soldi. Il post-naturale è per pochi?
RF: È innegabile che sia più esigente. Richiede formazione agronomica seria, investimenti iniziali importanti, anni di pazienza prima di vedere i risultati. E soprattutto, richiede un rapporto diverso con il tempo: non quello della vendemmia, ma quello della rigenerazione ecologica. In questo senso sì, è più difficile. Ma non è una questione di élite economica. È una questione di priorità: vuoi estrarre tutto dalla terra nel minor tempo possibile, o vuoi costruire qualcosa che duri? I vignaioli post-naturali hanno scelto la seconda via. E alcuni di loro lavorano in zone marginali, su terreni poveri, con budget ridottissimi.
VdV: Nel libro dedichi pagine affascinanti alla "rivoluzione agronomica". Parli di biodinamica, agroecologia, permacultura. Ma sono davvero necessarie tutte queste etichette, o è solo teoria per addetti ai lavori?
RF: No, non è teoria. È pratica concreta che si sta diffondendo nelle vigne più innovative d'Europa. Ogni approccio ha le sue specificità – la biodinamica con i suoi preparati che stimolano la vita del suolo, la permacultura con il design ecologico degli spazi, l'agroecologia con l'attenzione alle reti di interdipendenza. Ma tutti convergono verso la stessa intuizione: la vigna non è una fabbrica di uva, è un ecosistema. E un ecosistema sano produce uve migliori, con meno interventi, più resilienza climatica, più carattere. Il punto è che per trent'anni il dibattito sul vino naturale si è concentrato sulla cantina – solfiti sì o no, filtrare o non filtrare – mentre la vera rivoluzione stava accadendo altrove, nei campi. Io volevo raccontare questa rivoluzione invisibile.
VdV: Parliamo di nomi, allora. Nel libro citi Richard Leroy, Jean-François Ganevat, i Vignai da Duline. Ma c'è un fil rouge che li unisce, oltre alla competenza tecnica?
RF: Sì: la cultura. Non intesa come sofisticazione da salotto, ma come capacità di leggere la storia e il paesaggio. Questi vignaioli conoscono la geologia dei loro suoli, la genealogia dei loro vitigni, le tradizioni enologiche del loro territorio. Non improvvisano. E soprattutto, non rifiutano la tradizione per principio: la interrogano, la aggiornano, la mantengono viva. Per loro, fare vino è un atto culturale denso di significato, non solo un mestiere. Prendiamo Lorenzo Mocchiutti ai Vignai da Duline: pratica la chioma integrale, usa la selezione massale, ha trasformato il suo vigneto in un giardino biodiverso. Non lo fa per moda, lo fa perché ha studiato, osservato, sperimentato per vent'anni.
VdV: E in cantina? Perché alla fine il vino si fa anche lì. Qual è la differenza tra il minimalismo enologico del naturale classico e quello post-naturale?
RF: La differenza è nella ragione del gesto. Il naturalista radicale non interviene per principio: zero solfiti, zero tutto. Il post-naturale non interviene perché non serve, ma se serve lo fa. Non c'è dogma, c'è consapevolezza. Un esempio: se il pH è troppo alto e il vino rischia derive batteriche, una piccola dose di solforosa non è tradimento, è responsabilità. L'obiettivo non è la purezza ideologica, è la coerenza tra materia prima e risultato. E poi c'è un'altra cosa: il post-naturale non accetta il difetto come segno di autenticità. La brett, la volatile eccessiva, le ossidazioni incontrollate non sono tollerati. Il vino deve essere preciso, leggibile, stabile nel tempo.
VdV: Parliamo di stile, allora. Perché alla fine, io che scrivo di vino immaginario so bene che ogni epoca ha il suo gusto. Negli anni '90 era tutto legno nuovo e concentrazione. Poi è arrivato il naturale con la sua estetica del difetto. E adesso? Come si riconosce un vino post-naturale?
RF: Non c'è un'estetica prescritta, ma ci sono tratti ricorrenti. Sono vini che cercano la leggibilità, non l'impatto. Hanno tensione, non opulenza. Freschezza senza essere acerbi, profondità senza essere pesanti. Evitano le scorciatoie stilistiche – la carbonica facile, le macerazioni pellicolari ad oltranza, l'acidità esasperata da vendemmie anticipate. E poi, cosa fondamentale: sono vini che durano. Perché nascono da uve sane, equilibrate, e da vinificazioni rispettose ma non dogmatiche. Non ti sorprendono al primo sorso, ti conquistano alla terza bottiglia.
VdV: Seduzione lenta. Molto francese. A proposito di Francia: perché il post-naturale è nato lì e non altrove?
RF: Perché in Francia si è creata una costellazione di condizioni favorevoli. Istituzioni flessibili, associazioni forti, una cultura agronomica avanzata – pensa al lavoro di Claude e Lydia Bourguignon sui suoli, per esempio. E poi c'è un tessuto di fiere, riviste, enoteche specializzate che ha permesso a questi vini di circolare e farsi conoscere. La Francia ha anche una tradizione di pensiero critico sul vino: da Jules Chauvet a Max Léglise, c'è sempre stata gente che rifletteva non solo su come fare vino, ma su cosa significhi farlo. In Italia abbiamo produttori straordinari, ma manca l'infrastruttura culturale. Ci sono voci isolate, ma non una conversazione collettiva.
VdV: Cosa dovrebbe fare l'Italia, allora?
RF: Investire in formazione agronomica seria. Creare spazi di confronto tra vignaioli, agronomi, giornalisti. Smettere di pensare al vino solo come business e ricominciare a pensarlo come cultura materiale. E soprattutto, ridare dignità alle denominazioni: non come gabbie burocratiche, ma come depositi di memoria territoriale da interpretare, non da subire. Le DOC italiane potrebbero essere straordinari strumenti di valorizzazione del terroir, ma troppo spesso sono diventate club conservatori che difendono mediocrità condivise.
VdV: Una provocazione: il vino post-naturale è sostenibile? O è l'ennesimo lusso per ricchi annoiati che vogliono sentirsi etici bevendo Chenin blanc a 80 euro?
RF: (ride) La provocazione è legittima. Ma no, il post-naturale non è per forza costoso. Certo, ci sono bottiglie care – perché le rese sono basse, il lavoro manuale alto, i tempi lunghi. Ma il punto non è il prezzo, è il modello. Un vigneto agroecologico sequestra carbonio, aumenta la biodiversità, riduce l'erosione, migliora la qualità dell'acqua. È sostenibile nel senso pieno del termine: ecologicamente, ma anche economicamente per chi ci lavora, socialmente perché valorizza territori marginali. Non è un gioco estetico, è agricoltura seria applicata alla viticoltura. E sì, richiede che il consumatore sia disposto a pagare il giusto. Ma questo vale per tutto il cibo di qualità, non solo per il vino.
VdV: Ultima domanda, Roberto. Il libro si chiude con una nota quasi poetica: "Il vino come forma del tempo che passa tra le mani di chi lo cura". È un'immagine bellissima, ma anche malinconica. Perché?
RF: Perché il tempo è l'unica cosa che non puoi comprare e non puoi accelerare. Un vigneto impiantato oggi darà il meglio tra vent'anni. Un suolo rigenerato ha bisogno di cicli pluriennali. Un ecosistema si costruisce con pazienza, osservazione, fallimenti. In un'epoca che chiede tutto e subito, scegliere il tempo lungo è un gesto controculturale. Ed è anche l'unica cosa che distingue davvero un grande vino da uno semplicemente buono: la capacità di custodire memoria, di attraversare le stagioni, di diventare più eloquente con gli anni. Il vino post-naturale non cerca di fermare il tempo. Lo abita.
VdV: Bellissimo. E adesso scusami, ma vado a cercare una bottiglia che abbia attraversato il tempo. Possibilmente una che esista davvero.
RF: (sorride) Comincia dal Jura. O dal Friuli. O da qualunque posto in cui qualcuno abbia deciso di prendersi cura della terra come se fosse l'unica che ha.
"Il vino post-naturale" di Roberto Frega è il libro che mancava per capire dove sta andando il mondo del vino. E dove dovrebbe andare”.
In libreria dal 31 gennaio 2026